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... Diamo per scontate cose che purtroppo non lo sono affatto, pensiamo che certe conquiste siano una certezza e non è vero. IL che significa che c'è ancora molto da fare e da combattere".
Il soggetto nasce da una storia vera sul successo di un prodotto a energia elettrica utilizzato per la cura dell’isteria, sindrome che, nella Londra vittoriana del 1880, era stigmatizzata dalla psichiatria come una malattia mentale esclusivamente femminile che catalogava disturbi quali angoscia, depressione, nervosismo, eccitabilità, irritabilità. In conclusione, viene mostrato il grande successo del vibratore, venduto per corrispondenza e senza prescrizione medica, acquistato, pare, anche dalla Regina Vittoria. Se è accettato che l’essere malate d’isteria mette la soluzione-guarigione solo nelle virtù terapeutiche del medico, alla fine del film cambiano i termini del problema. ll vibratore rivoluziona la vita sessuale della donna, sdoganando il piacere, che si trova letteralmente nelle sue mani.
La parola isteria di fatto denota una psiconevrosi caratterizzata da stati emozionali molto intensi giocati nel teatro del corpo in virtù della ricerca di un piacere, che, in quanto negato, accende il conflitto. È facile individuare un parallelo tra il percorso terapeutico in analisi e il percorso del film. All’inizio paziente con convinzione di ineluttabile mal-essere, in seguito, da figura passiva, persona che diventa attiva e protagonista. Come in analisi si riconfigura il problema: dall’impotenza e dalla crisi alla consapevolezza di sé, in un cambiamento trasformativo.
Nella sua lunga odissea intorno all’”isteria” (che in greco significa utero ed è di genere femminile), è l’uomo che si trova di fronte a manifestazioni perturbanti. Con vari mezzi cercherà di tenere a bada, attraverso veri e propri rituali esorcizzanti, più o meno legati all’etichetta di sacralità, la potenza oscura di una sessualità femminile segreta e inesplorata. E che a lungo resterà arcano o tabù.
Il “sacro”, nel suo senso ambivalente di benefico o malefico/esecrabile, sancisce per sua definizione ciò che è altro e diverso rispetto al profano. 
Un po' di storia.
Nell’antico Egitto, a partire dal XX secolo avanti Cristo, secondo le convinzione dei medici, legati alla casta sacerdotale, i disordini in qualche modo legati all'apparato genitale femminile erano caratterizzati dall’esistenza di un utero inteso come entità autonoma, potenzialmente errabondo all’interno del corpo. Ogni spostamento provocava, a seconda della sua localizzazione, diverse tipologie di malattie fisiche e psichiche. Funzione terapeutica era quella di far tornare l'utero nella sua posizione originaria e corretta, con l’applicazione di oli, pozioni e insufflazioni praticate con strumenti raffiguranti l’ibis, sacro al dio della medicina Thot.
Nel mondo greco, secondo Ippocrate, V secolo avanti Cristo, padre fondatore della medicina occidentale e ideatore del temine isteria: “Se una donna soffre d’isteria, sternutire è di beneficio”. Fondamentale la diagnosi di localizzazione nel corpo, per capire come arrestare un utero semovente, che allontanandosi dalla sua posizione originaria, poteva raggiungere il cuore e, nei casi più gravi, la testa. Il medico valutava gli effetti organici: difficoltà respiratorie, senso di soffocamento, paralisi, nevralgie e convulsioni, attribuite non solo alla posizione dell'utero, ma anche all'astinenza. La cura variava in base ai casi e si differenziava fra vergini e vedove: il rimedio per eccellenza rimaneva comunque il matrimonio.
Nel Timeo, successivo alla Repubblica -in cui Platone teorizza l’uguaglianza dei sessi, secondo un modello maschile dell’anima suddivisa in tre parti: la testa, il cuore e il ventre, che rispecchiano le caratteristiche della polis- si fa riferimento a una quarta anima, l’utero. Confinato nella parte più infima del corpo della donna, sotto l’ombelico, “animale nell’animale”, quando non adempie alla funzione generativa va errando nel corpo della madre-materia. L’uguaglianza dei sessi teorizzata nella Repubblica vale solo se svuotata del corpo e della sessualità, uniformando la donna al modello maschile. Nel “Mondo nuovo” di Huxley, la società totalitaria ripropone analogo modello. E Luce Irigaray sostiene che secondo tale schema, la donna può accedere alle funzioni della polis solo se educata come un uomo, essendo ritenuta per sua natura inferiore: assenza, vuoto, speculum dell’immagine maschile.
Secondo Galeno, II secolo dopo Cristo, vissuto a Roma ma di origine alessandrina: “La passione isterica è solo un nome; in ogni caso, varie e innumerabili sono le forme in cui si presenta”. Una manifestazione di squilibri somatici, dovuti alla ritenzione delle secrezioni dell'utero, portava all'irritabilità nervosa. Nel maschio, disturbi analoghi si manifestavano a seguito della ritenzione dello sperma. 
Nel mondo romano, per Celso, II secolo dopo Cristo, l'isteria è la malattia dell'utero per eccellenza e, alle tradizionali modalità di cura aggiunge solo il consiglio di prolungare la terapia per un anno al fine di evitare ricadute. I metodi di cura più comuni: purganti, bagni fumigazioni aromatiche o maleodoranti sul basso ventre e sulla testa.
Nel medioevo, se la castità è una virtù, le isteriche rappresentano la manifestazione dell’esibizione di un corpo esigente, intrinsecamente legato al male e al demoniaco. “Cos'altro è una donna se non una rivale dell'amicizia, un male della natura, imbellettato con colori attraenti!”. 
A partire da Agostino, l'isteria è rappresentata come manifestazione delle forze maligne che si impossessano della donna. Quando le isteriche cominciano a essere perseguitate e accusate di stringere patti con il diavolo nasce il peccato di stregoneria ed evocazione del maligno. Giovani donne, vedove, suore che soffrivano di manifestazioni isteriche (convulsioni, paralisi, cecità…) vengono processate, torturate e sottoposte a test alla ricerca di aree del corpo insensibili al dolore. La mancanza di reazioni cutanee, tipiche delle manifestazioni isteriche, venivano considerate come una prova del segno di Satana. Secondo il “Malleus Maleficarum”, la donna “animale imperfetto che inganna sempre”, è incline per natura a essere posseduta. Seguiva l’implacabile “giudizio di Dio”.
Nel tardo Medioevo “Diana che è costantemente occupata nella caccia, è chiamata la casta”, dice François Rabelais, medico oltre che letterato irriverente, ricordato per le sue mordenti descrizioni di donne affette da isteria, ma con l'intuizione dell'importanza del controllo dell'intelletto volontario sulla malattia. La miglior cura sarebbe agire sulla volontà delle donne occupandole in faccende che distraessero da altre pulsioni. 
Il Settecento fa emergere un quadro sociale nuovo in cui una medicina d’indirizzo organicistico privilegia la lettura neurologica dei disturbi isterici.
L’isteria è una vera e propria malattia, causata dalla sempre maggiore complessità del mondo, dagli “effetti deleteri della lussuria” e soprattutto dai nuovi prodotti coloniali quali tè, caffè, cioccolata e tabacco. I disturbi isterici possono colpire sia il genere maschile (in questo caso definiti ipocondriaci) parossismi, senso di soffocamento, tremore, paralisi. Comune la prescrizione di oppio per i malati mentali e grande innovatore della medicina “psichiatrica” francese post-rivoluzione.
Nell’Ottocento nasce la psicologia medica e iniziano studi approfonditi sull’isteria nella parigina Salpetrière, dove Charcot, neuropsichiatra, osserva una curiosa sindrome di isteria epilettiforme, dovuta auna temporanea coesistenza tra epilettici e isterici, con contrazioni muscolari, spasmi e disturbi motori, contorsioni, atteggiamenti allucinatori e delirio. Il peso della sfera affettiva e il significato dei traumi precedenti poi sviluppati dalla psicoanalisi e l’uso terapeutico dell’ipnosi aprono la strada a Janet. Allievo di Charcot studia l'isteria come una patologia che modifica l'intero organismo, con una compenetrazione tra fenomeni psicologici e fisiologici: anestesia, abulia, amnesia, disturbi motori e modificazioni del carattere (intelligenza ed emozioni). Causa scatenante dell'isteria è un’idea fissa, situata al di fuori della coscienza, una delle basi della nascita della psicoanalisi. Le idee di Charcot sono punto di partenza per Sigmund Freud, che nei suoi studi sull’isteria e in particolare sul caso di Anna O, condiviso con Breuer, noto internista di Vienna, esprime l'opinione che nell'isteria il paziente sperimenta nuovamente un trauma psichico originario attraverso il metodo della catarsi.
Repressione, subconscio e sessualità infantile sono i pilastri della psicoanalisi freudiana: "I fenomeni motori scatenanti gli attacchi isterici possono essere interpretati sia come forma universale di reazione appropriata all'affetto che accompagna la memoria (come scalciare o agitare braccia e gambe, che fanno anche i bambini), sia come espressione diretta di questi ricordi; ma in realtà, come i segni di manifestazioni isteriche trovati fra i sintomi cronici, non possono essere spiegati così”. Le memorie represse di molti pazienti spesso non sono fatti realmente accaduti ma costruzioni mentali incubati nel subconscio, come il “Complesso di Edipo”. Fondamentale il ruolo della sessualità.
E siamo al XX e XXI secolo. L'ultima apparizione dell'isteria sul manuale diagnostico dei disturbi mentali risale al 1952. Nel 1987, l'American Psychiatric Association ha espunto l'isteria dal novero dei disturbi mentali. Pur declassata, la sua importanza, almeno nell'accezione quotidiana, rimane quasi immutata. I fenomeni caratteristici dell'isteria sono suscettibili di essere riprodotti mediante autosuggestione. In ogni caso, dietro alla teatralità e alla "simulazione" isterica si nasconde un dramma autentico. In questa prospettiva, Ernesto de Martino ha messo in relazione con l'isteria anche il fenomeno del tarantismo, sindrome che con sintomi analoghi si manifestava in donne di estrazione popolare nel sud Italia.


Giuditta Pieti psicosocioanalista

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